Quel giovane frate delle cose ordinarie

4 Dic

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Il libro che oggi presentiamo è un libro di rapida lettura. La sintetica biografia di un Santo conosciutissimo e amatissimo in Abruzzo, di cui è Patrono dal 1959, ma forse un po’ meno nominato e approfondito altrove.
San Gabriele dell’Addolorata ebbe una vita breve (già questo potrebbe aiutare a riflettere i tanti che dicono e credono di avere sempre molto tempo a disposizione per fare questo e quello e ancora più tempo per decidersi per Dio): la morte lo colse infatti, preparato all’incontro con il suo Signore, a soli 24 anni. E questa sua biografia inizia proprio dalla fine del suo soggiorno quaggiù; si apre infatti con l’attestato del suo decesso, il 27 febbraio 1862, che ci racconta delle sue ultime parole, dei suoi ultimi, semplici gesti: la richiesta di un’immagine da stringere al cuore e la recita di una giaculatoria. Qualcosa che noi oggi definiremmo inutile, futile, roba da superstiziosi. Quanto però è importante lo sguardo alle sacre immagini! Quando un’anima è immersa in preghiera, esse ci ancorano all’orazione. E le giaculatorie? Queste preghiere brevissime da ripetere continuamente nei vari momenti del giorno? Nella nostra società la giaculatoria è obsoleta, priva di effetto (per non dire sconosciuta ai più). Sono molti quelli che considerano la preghiera importante per l’effetto che produce e la praticano soltanto finchè implica un ritorno, finchè garantisce un risultato concreto – come il trading in borsa. Una giaculatoria chiede cose apparentemente di poco valore. Altri meditano con altre forme di preghiera breve come il mantra buddista, più di moda, più alternativo, e sembra allora che il buddismo abbia inventato chissà che cosa. Il mantra resta però un soliloquio, una valvola di sfogo che incontra molta simpatia e favore, forse perché l’uomo moderno è radicato nell’ottica di dover avere un sfogo continuo, una scappatoia, di scaricarsi di dosso lo stress travestendosi da eroe impassibile.
Poi c’è chi impreca, chi lancia bestemmie. Altri tipi di mantra…
La giaculatoria cristiana è un richiamo a Dio nella certezza della sua attenzione alla nostra esistenza, un tweet al Padre celeste, una freccia verso il cielo. Già, perché il termine giaculatoria deriva dal latino jaculum (freccia) e non a caso. Si tratta di centrare un bersaglio che non sia tanto un guadagno personale, un miracolo, o qualcosa di materiale che arrivi in modo immediato per darci un benessere mondano, ma il cuore stesso di Dio, pieno di misericordia, per esprimergli apertamente il nostro affidamento a Lui senza interruzione sapendo che Lui è senza tregua accanto a noi. La giaculatoria sollecita Dio senza posa, gli parla insistentemente come fanno i bambini saltellando intorno ai genitori per attirarne l’attenzione, interrompendone i discorsi e le azioni come per dire: “Eccomi, pensa a me!”. E’ la tattica della vedova importuna della nota parabola che si ripresenta al giudice senza stancarsi.

I Padri che vivevano nei deserti orientali nei primi secoli dopo Cristo, primi monaci eremiti nella storia del Cristianesimo, erano strenui utilizzatori delle giaculatorie per perpetuare nel corso di ogni giornata il permanere del divino nel loro intimo, come a voler dire in ogni istante: “Resta con me, Signore, perché si fa sera”. S. Gabriele, al volgere della sera della vita, chiede a Dio di non allontanarsi da lui, di accompagnarlo al Cielo. Stringendo al cuore l’immagine dell’amatissima Vergine Addolorata muore come un figlio che in ogni momento importante vuole avere accanto il proprio padre e la propria madre.

Il libro continua cronologicamente a ritroso sfogliando davanti a noi i pochi petali di un fiore: pochi tratti e momenti salienti della vita di Gabriele (nato ad Assisi nel 1838 e battezzato come Francesco Possenti con il nome del Poverello patrono della sua città). Ed ecco il suo ambiente familiare e le sue abitudini, gli svaghi e i divertimenti, gli studi e le frequentazioni del bel mondo fino al fatidico 22 agosto 1865, quando la voce interna della Madre Celeste gli dirà: “Ma tu non sei fatto per il mondo”. Il giovane sceglie senza indugi la vita religiosa nella Famiglia Passionista, bruciando le tappe dell’eroismo nelle virtù, rapido, silenzioso, preciso, attento alle cose piccole. Diceva: “La nostra perfezione non consiste nel fare cose grandi e straordinarie, ma nel fare bene le cose ordinarie”. Pare di sentire la Beata Madre Teresa di Calcutta che rivendicava per sé, come il migliore dei lavori da svolgere nel modo più accurato, la pulizia dei gabinetti della casa ad ogni inizio di giornata. Cose ordinarie. Come una semplice giaculatoria. Leggiamo dell’immenso, ardente amore di Gabriele verso la Madonna e allo stesso modo verso i poveri. Della sua allegria, della sua instancabilità.

La seconda parte del libro è una piacevole sorpresa, con la presentazione dei miracoli operati da S. Gabriele nei tempi più recenti, quindi non tanto i miracoli storicamente accertati per le cause di beatificazione e canonizzazione, ma una selezione di quelli segnalati tra il 1975 e il 2014. Perché i Santi non strappano miracoli a Dio per l’interesse di salire agli onori degli altari o perché se ne parli in giornali e talk-show, ma perché attraverso di loro Dio sia benedetto. I miracoli sono roba del passato o roba per Santi più noti come Padre Pio? Ebbene, andiamo a leggere di Vincenzo da Montesilvano e della sua vicenda nel 2009, di Miriam (2011), di Gaetano e diversi altri che non poco tempo fa hanno conosciuto Gabriele vivo nella loro esperienza. Alcuni perché lo conoscevano e lo hanno invocato e altri – ancora più sorprendente – perché pur non conoscendolo, lo hanno incontrato perchè lui li ha battuti sul tempo e si è fatto trovare per primo. Degno servo del Dio misericordioso che sempre per primo si mette in cerca dell’uomo.

*** Fabri Vincenzo, San Gabriele dell’Addolorata. La vita e i prodigi più recenti del Santo dei miracoli dal 1975 al 2014, Gorle, Velar, 2015, pp. 77

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