Rinnegare sè per il povero

14 Gen

ricco

Mi è capitata questa riedizione di un lavoro del 1979 del giornalista Giorgio Torelli su Marcello Candia, un industriale milanese, plurilaureato e capace, che negli anni ’60 vendette l’azienda di famiglia per andare a vivere nella Foresta Amazzonica. A far che? A metter su, in Brasile, un ospedale per i poveri e un lebbrosario.

E’ un’esperienza che scuote il lettore con potenza inaudita e che ricorda che l’Amore ha urgenza di amare. Marcello Candia, spogliatosi di agi e condizione invidiabili, aveva riconosciuto questa spinta inevitabile e percepiva l’attesa febbrile dei bisognosi e l’unico vero senso della propria vita: “Ho un solo eventuale talento: so appena chinarmi su quello che riconosco per fratello. Permettetemi di farlo intanto che maturano le vostre azioni politiche. Mio fratello ha bisogno oggi, non può aspettare. Lui aspetta me e io ci vado. Insieme a quell’uomo aspetterò voi.”. Questo è ciò che egli direbbe anche oggi a tutti noi che ci riempiamo la bocca di belle frasi e di chiacchiere pseudorivoluzionarie e politiche. Diceva ancora: “Beati quelli che assolvono ogni mattino, e ogni mattino ancora, i compiti primari”, quelli cioè che si occupano subito di ciò che è immediatamente necessario. Nel nostro Occidente agiato e sonnacchioso potrebbe voler dire occuparsi di accompagnare un bambino a scuola o affrontare con pazienza una fila in un ufficio per assolvere a un dovere civico, visitare un anziano, ascoltare qualcuno che ci sembra noioso. Un atto di umanità, di civiltà, è carità, e soprattutto, se è rivolto ai “piccoli” della nostra società, è un compito primario.

Il nostro mondo europeo, agiato, è forse quello di piccole richieste di aiuto in confronto allo sterminato abbandono sullo sterminato Rio delle Amazzoni, anche se ogni grido di aiuto che cade a vuoto esprime un’urgenza di carità. Pure sembra strano leggere di un milanese straricco all’Equatore, a saldare debiti di ammalati, ad elargire benefiche donazioni in un mondo che pare non essere “suo”. Il mondo è suo. Tutto il mondo appartiene a chi è tutto amore e beati i miti perchè erediteranno la terra. E non solo: perchè la infiammeranno, come lo stesso Candia, che ha attirato volontari religiosi e laici alla sua opera, oggi continuata dalla Fondazione che porta il suo nome. Diceva: “Nessuno ha mai detto che le cognizioni professionali siano un impaccio (invece che un incentivo) per la scelta del servizio fraterno. Al contrario: chi più sa, meglio serve”. E così Marcello, che non è medico, non è infermiere o sacerdote, dopo aver messo in piedi ospedali, fa il contabile, fa il segretario, il garante, l’amministratore fedele nella vigna equatoriale di Dio.

Questo ci parli. Se tu che leggi sei un avvocato, chiediti come le tue conoscenze possano essere messe al servizo dei poveri; se sei ingegnere, cosa puoi fartene tu delle tue cognizioni. Puoi metterle al servizio dell’Amore? Come? Chiedilo a Dio, prega, tu che sei impiegato alle poste o magazziniere o addetto ai ricevimenti di un albergo di lusso: magari potrai aiutare gratuitamente qualcuno, sì, anche nella nostra “povera” Europa che è povera perchè più donare non sa senza che se ne parli: beneficenza sì, ma solo se risaputa, donazioni sì, ma solo se deducibili, aiuto sì, ma solo se non lede la mia vita “principale”… non siamo nuovi a questi pensieri “a risparmio energetico” e a elergizioni parche di bene totalmente disinteressato, vero? Non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra. Marcello Candia viveva così, nel nascondimento. Ma come? Con tutti i sostenitori di cui leggiamo? Si evince chiaramente dal testo come Candia non considerasse tutto il bene fatto come opera propria, ma come opera affidatagli dal Signore, diciamo “in gestione”, come l’onore di poter portare avanti il piano di Dio. Marcello Candia si riteneva il povero esecutore di una sinfonia composta da un autore sublime, un peccatore che si lascia disturbare e cambiare dai poveri del Signore. “I poveri corrompono le ore e i giorni delle nazioni dalle statistiche d’altura. I poveri anche quando stazionano in silenzio presepolcrale, alzano strepito. Si può non volere sentire lo strepito e prenderlo volutamenteper una somma di guaiti. Si può e si fa. Ma c’è sempre un giorno, forse casuale, forse ricercato, forse messo di traverso sulla strada del vivere, che il guaito si evidenzia, prende ali, tono, forza, e diventa protesta, lamentazione biblica, accusa, voci puntate, concerto di strazi. Ed è il giorno della vita in cui un uomo deve decidere se tapparsi con le due mani i timpani o dire a se stesso: mi coinvolgo (…)”.

Marcello Candia

Ogni uomo ha le sue responsabilità, ma siamo tutti presi da tanto altro che solo in apparenza vale di più. E il nostro Marcello Candia, amico di Karol Woityla e di Paolo VI, aveva ben chiaro che la vita è una sola e che risponderemo delle nostre azioni: “Le colpe più gravi non sono le mancanze concrete, ma le colpe di omissione. Catturati come siamo dalla nostra persona, presi dal realizzare qualcosa che ci impegna a dare un costante aiuto materiale, non ci accorgiamo che la carità spirituale vale anche di più. Non vediamo che, come noi soffriamo, tanti altri soffrono, e la sofferenza spirituale è così dura a portarsi…”. E allora possa questa storia aiutarci a sciogliere le nostre resistenze e porci delle domande serie sulle occasioni che abbiamo, dirette, semplici, a portata di mano, di chinarci su chi chiede, senza dimenticare che la nostra risposta d’amore sarà un’albero senza radici se non sarà in primo luogo alimentata dalla preghiera, perché: “L’ora di unione con Dio costituisce la carica essenziale per fare tutto il resto”. Tanti altri volti luminosi e tante altre mani operose ce lo hanno già confermato.

*** Torelli Giorgio, Da ricco che era, Milano, San Paolo, 2011, pp. 135

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