Il Santo dell’ultimo posto

18 Feb

san-chEcco una vicenda che affascina e sconvolge nel contempo. Provoca il buonsenso e la razionalità dell’uomo comune. Si tratta della biografia del monaco Charbel Makluf (1828-1898), eremita dell’Ordine Libanese Maronita, canonizzato nel 1977 da Paolo VI.

Un sommario della sua esperienza, di chiara comprensione anche per chi ha più difficoltà ad “incontrare” un certo tipo di vocazioni eroiche per lo strenuo ascetismo praticato. Nella prima parte è presentato proprio l’ascetismo graduale di Yousef Makluf, dalle prime esperienze di preghiera durante l’infanzia e l’adolescenza (ancora una volta troviamo quanto sia importante nella vita di un piccolo che cresce l’esempio dei familiari e dei parenti..) fino all’entrata nell’Ordine di San Marone e agli ultimi anni anni trascorsi da eremita nell’eremo del monastero di Annaya: 23 anni di “apprendistato” e purificazione dalle cose del mondo, 23 anni “illuminazione” attraverso lo studio e la vita di comunità con i fratelli monaci e 23 anni di “unione” con Dio attraverso la solitudine e il silenzio dell’eremo. L’idea che abbiamo di quest’uomo è quella di un uomo in progressivo ritiro, come l’onda del mare quando ha toccato la riva e se ne ritrae lentamente, sommessamente, lasciando un profumo, uno sfavillìo, una bellezza. Un movimento che è vita, un ritirarsi che può essere considerato come fuga da una spiaggia, ma anche come uno slancio verso le profondità del mare e verso l’Infinito.

Perchè abbiamo scelto di indicare San Charbel Makluf come il “Santo dell’ultimo posto”? Perchè ha capito chiaramente che Dio lo chiamava a essere piccolo, niente, ultimo e ha seguito questa strada della negazione di sè fin nelle cose trascurabili e impensabili della vita ordinaria. Nato come ultimo figlio dopo due fratelli e due sorelle, passa la giovinezza attendendo ai servizi in casa e al pascolo del bestiame, attività che lo abitua alla meditazione e alla vita lontana dai coetanei e dalle distrazioni mondane. Dio lo sceglie presto per il distacco dal mondo, per una strada “altra”, per il silenzio contro il parlare superfluo, per una “separazione”, una santità. Quanto è già manifesta, in questa prima fase della sua esistenza la cura del Padre che sceglie e forma il suo piccolo servo e lo custodisce come la chioccia il suo pulcino. E’ la tenerezza che Dio mostra sempre al suo popolo! Il pascolo: attesa, vigilanza, silenzio – una palestra adeguata alle possibilità e alle forze di un fanciullo, per esercitare anche quella attenzione all’altro che, disorientato, va cercando un cibo che possa saziarlo.

L’inizio dei 23 anni di vita comunitaria segna un altro tipo di distacco radicale: quello affettivo dalle persone amiche, care, dalle proprie inclinazioni più profonde che non sono secondo Dio. Dopo l’ammissione al monastero il fratello Charbel rifiuta di salutare la pia madre Brigitta, accorsa al monastero per un ultimo sguardo e un ultimo abbraccio – negati già per esemplare fedeltà alla Regola appena accolta come norma di vita. Per ricordare a sé e al mondo che ciò cui si rinuncia , si mette da parte per il Cielo. Rimasto all’interno della chiesa del monastero, Cherbel permette alla madre – cui chiede di restare fuori della finestra, all’esterno – poche parole, congedandosi infine così: “Ci rivedremo in cielo, in cielo! Mamma – e sarà per l’eternità!”. Ecco la certezza – non della perdita definitiva, ma della comunione senza fine e compresenza davanti a Dio. Certezza della vita di là.

Anche dopo l’ordinazione sacerdotale – che per molti oggi sembrerebbe essere più un punto di arrivo che un punto di partenza – Padre Charbel, l’onda silenziosa, si ritira: raddoppiando il lavoro manuale e ribadendo, quando richiesto, di essere meno degno di altri confratelli di ricevere ruoli e incarichi importanti nella comunità e nell’Ordine, nonostante il brillante ingegno e l’approfondita preparazione teologica. Ritiro vuol dire anche diradare fino a far cessare del tutto le visite ai familiari, limitandosi ad una intensa e costante preghiera di intercessione per i propri cari. Vuol dire ridurre il sonno, ridurre il cibo, aumentare e raffinare le penitenze fisiche, i disagi, le scomodità. Vuol dire abbandonare le proprie idee in nome della totale sottomissione al superiore, rinnegare la propria visione delle cose, “stimando gli altri superiori a sé”… Questi tagli sono il suo dolore, esattamente come sarebbe per ognuno di noi – qui non siamo di fronte a un uomo superiore e impassibile, ma a un servo di Dio che soffre e guarda il mondo mentre se ne distacca, passando oltre, un passo dopo l’altro, verso la Sapienza. Perchè la Sapienza di Dio, cui si giunge passando attraverso l’umano dolore, è l’unica sapienza che consola e sazia per sempre, perfettamente.

Il vuoto però non è abbastanza vuoto perchè Cristo entri. Così dopo 23 anni, Padre Charbel chiede al superiore il permesso di essere accolto nell’eremo del monastero per vivere l’ascesi più dura e un silenzio incondizionato. Per ascoltare il silenzio. Ascoltare il silenzio. A chi è mai veramente capitato di ascoltare il proprio silenzio? E di farlo ogni giorno, per anni? E noi sappiamo davvero ANCORA cos’è il silenzio? Non è un cellulare in vibrazione, non è la televisione a fine serata, non è l’imbarazzo per non saper comunicare con una persona che ci è davanti, non è l’orgoglio ferito che tiene il punto….

Questa vita nel silenzio, amando il silenzio per adorare Dio, si alterna ai momenti in cui, per obbedienza, Padre Charbel deve recarsi a confortare gli ammalati, ed ecco ancora – come anni prima – un condurre al pascolo, un guidare l’uomo per i verdi pascoli di Cristo, attraverso l’unzione degli infermi, l’Eucarestia e il conforto spirituale. “Allontanarsi dal mondo, senza abbandonare il mondo” – è un miracolo di equilibrio psico-fisico e spirituale. Chi ha Dio non manca di nulla.

La seconda parte del libro esamina dettagliatamente la “vita” dopo la morte di Padre Charbel, affrontando il mistero dell’incorruttibilità del suo corpo e del liquido rossastro sanguigno-oleoso che per anni continuò a trasudare dalla sua salma e ad uscire dalla sua tomba, operando miracoli di guarigione eclatanti e rimandando la sua fama di santità fino ai confini della terra. Un morto.. l’ultima persona cui normalmente potremmo chiedere aiuto: Padre Charbel diventa ancora una volta un canale privilegiato della Grazia risanatrice di Dio.

Non anticipiamo nulla della terza parte. Vorremmo che fosse il lettore a inoltrarsi nelle profondità della vita mistica di San Charbel Makluf, a scoprire il suo amore per il Santissimo Sacramento e per la Vergine Maria e ad affrontare una descrizione della fedeltà ai voti di obbedienza, castità, povertà e umiltà (quarto voto che Padre Charbel aveva scelto di osservare). Il lettore capirà come la preghiera lo ha nutrito, come il digiuno lo ha difeso dall’amore per le cose che passano, come l’incontro con gli altri avesse per fondamento unicamente Dio. Concludiamo semplicemente con un passaggio dell’Omelia che Paolo VI tenne in occasione della Canonizzazione: “..si ammette ancora che un uomo come Charbel Makluf abbia vissuto una eroicità fuori del comune, davanti alla quale ci si inchina, e che sia stato duro con se stesso al di sopra del normale. Ma non è questo “follia agli occhi degli uomini” come già diceva l’autore del libro della Sapienza? Anche fra i cristiani ci si domanderà: l’ha veramente voluta il Cristo una tale rinuncia? Lui che si distingueva da Giovanni Battista proprio per la sua vita ospitale? Più ancora: in nome della psicologia, certuni sostenitori dell’umanesimo moderno, non accuseranno di disprezzo dei sani valori del corpo e dell’amore, delle relazioni amichevoli, della libertà creatrice, in una parola della vita, questa intransigente austerità? Un disprezzo abusivo e traumatizzante! Giudicare così nel caso di Charbel Makluf, e di tanti suoi compagni monaci o anacoreti esistiti fin dall’inizio della Chiesa, significa cadere in una grave incomprensione (…), significa dimenticare che Cristo stesso ha espresso simili aspre esigenze a coloro che volevano essere suoi discepoli: ‘Seguimi… e lascia che i morti seppelliscano i loro morti’ (Lc. 9,59-60). ‘Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo’ (Ibid. 14,26). Significa dimenticare la forza che l’anima ha nel campo spirituale, per la quale questa austerità è solo un mezzo; significa dimenticare l’amore di Dio che la ispira e l’Assoluto che l’attira; significa ignorare la grazia di Cristo che la sostiene e la fa partecipare al dinamismo della propria vita (…)”.

Il dinamismo dell’onda. Che bagna, lava, purifica e torna nelle profondità del Mistero. O nelle sue altezze. All’ultimo posto, al suo fine ultimo.

*** Al Jamhoury, Elias, San Charbel. Itinerario nelle profondità, Milano, San Paolo, 2015, p. 137

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