Cantare Dio con le creature

24 Mar

bona

La lettura che oggi presentiamo è una deliziosa, scorrevole vita di San Bonaventura da Bagnoregio, proclamato Dottore della Chiesa da Papa Sisto V e compilatore delle Costituzioni dell’Ordine Francescano e – tra le innumerevoli opere, alcune delle quali capolavori della mistica medievale – della prima biografia di S. Francesco, la “Leggenda Maior”, sulla base delle testimonianze dei primi fraticelli compagni del Poverello di Assisi. Un dotto, uomo di lettere, fecondità di scrittura e instancabile attività al servizio del rinnovamento dell’Ordine Francescano in quel delicato periodo che furono i primi cinquanta anni dopo la morte del suo iniziatore, la cui opera e il cui spirito rischiavano di essere sconvolti e travisati da troppa mollezza morale o estremo rigorismo e pauperismo. Per il suo energico intervento, al tempo stesso illuminato e improntato a pura carità, San Bonaventura è ricordato da molti come un secondo fondatore dei Francescani. Dette nuova impronta, sterzata vitale al percorso dell’Ordine nella Chiesa.

Due i motivi che spinsero il giovane Giovanni Fidenza (Bonaventura il suo nome da religioso) ad entrare nell’Ordine del Poverello di Assisi: una viva venerazione per la persona e il carisma di S. Francesco, unita a una sconfinata gratitudine per un intervento miracolosò del Santo che a 10 anni lo salvò da un male che lo stava uccidendo, e la certezza, sempre più radicata, della presenza dello Spirito Santo nella realtà del nuovo ordine mendicante, un’opera nata e propagatasi da un gruppuscolo di fraticelli senza istruzione né mezzi. Opera che “corrisponde all’inizio e alla perfezione della Chiesa, che cominciò da semplici pescatori e poi crebbe fino a dottori chiarissimi ed espertissimi, così vedrai nella Religione del beato Francesco, affinché Dio mostri che essa non fu inventata dalla prudenza degli uomini, ma da Cristo; e poichè le opere di Cristo non diminuiscono, ma crescono, si dimostra che questa fu un’impresa divina […]”. Bonaventura scriveva senza sapere che di questo ordine sarebbe divenuto uno di quei “dottori chiarissimi ed espertissimi”, difensore dell’eredità di Francesco e maestro nella contemplazione di Dio, benchè coinvolto in dispute teologiche e incarichi onerosi e complessi. Prove per le quali mai disperò di ricevere aiuto dall’Onnipotente.

Egli si consumò e visse perchè non si perdesse e non si consumasse invano il carisma di Francesco, studiò, pregò, valutò, soppesò i frutti di un’ispirazione, perchè dai frutti si riconosce l’albero ma, allo stesso modo, anche ciò di cui un alberello giovane, come l’Ordine Francescano all’alba della sua storia, ha bisogno per crescere, crescere sano, diritto e poderoso. Questa la costante tensione di San Bonaventura: proteggere e raddrizzare, purificare e ammonire, potare, vangare, affaticarsi perchè l’albero portasse più frutto. L’autore del libro ci racconta sinteticamente dell’amore di Bonaventura per la semplicità dell’abbassamento, delle dispute contro chi avversava la tendenza dell’Ordine Francescano all’erudizione e all’uso di beni materiali. In un tempo in cui già lo slancio di Francesco pareva svanire per l’eccessiva disponibilità di denaro e donazioni, Bonaventura ricorda i pericoli dell’avidità e dell’ozio, difendendo la possibilità di lavorare manualmente per evitare anche quella mendicità disordinata che, all’epoca, stava diventando di scandalo per quanti avvicinavano i Francescani. Studiare e avere denari, beni, proprietà: ma questo non era forse tradire “Madonna Povertà” e l’ignoranza di tanti semplici che avevano in Dio il loro Tutto? E non sono forse temi, questi, che scaldano ancora oggi i discorsi e i rimproveri di tanti benpensanti che vorrebbero solo una Chiesa povera e poco capace di reagire e avere voce in capitolo su tante questioni scottanti? Sono forse finiti gli attacchi di chi vorrebbe la Chiesa zitta e incentrata solo sulle cose del Cielo senza l’impegno dell’ammonizione ai lontani e agli ingannati? Anche qui ci chiediamo: iuvat Liber? Certo. Questo libro dà poche stoccate, ma buone e precise. Poche risposte a interrogativi ancora tanto attuali, ma risposte chiare e di facile comprensione.

Molto interessante la sezione sul lavoro manuale, finalizzato al combattimento contro l’ozio, ma sempre sottomesso alla contemplazione. Non vi leggiamo forse un richiamo a non spegnere la bellezza della vita per darsi tutto al lavoro, alla carriera, fuori e dentro gli ordini religiosi? Un bell’invito per tanti uomini e donne che passano la vita non come lavoratori dipendenti ma come lavoro-dipendenti!

Aiuta anche la parte – concentrata – dedicata alla differenza e al rapporto tra filosofia e teologia, nel segno di quello che fu sempre il metodo di indagine di San Bonaventura: “Cominciare dalla certezza della fede, continuare con la chiarezza della ragione per giungere alla certezza della contemplazione”. Come ci aiuta oggi, questo, a fronte di tante filosofie orgogliosamente staccate dall’indagine su Dio, da tante teologie supponenti e imposizioni di miriadi di aberranti, presunte verità costruite ad personam!

Oltre questo procedere, mirabilmente mediando tra fede e ragione, il conformarsi a Cristo e all’autorità della Parola di Dio, la purificazione interiore, frutto di un’incessante pregare. Affinchè l’occhio – il pensare, l’indagare, il ragionare – sia chiaro e percepisca la Luce. Ci piace terminare con queste parole del Vangelo, che questo libretto ci ha ricordato: “La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!”. Essere Luce, proclamare e cantare Dio, è la buona sorte, BUONA VENTURA, di ogni uomo. La sorte deliziosa di chi risponde alla chiamata del Padre in ogni condizione e stato di vita.

Russo, Renato, San Bonaventura, Gorle, Velar, 2010, p. 47

 

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